Abstract/Sommario: Si fatica persino ad immaginare, ad ottant'anni di distanza, cosa possano avere vissuto gli uomini della contraerea impegnati nella difesa del territorio italiano quando l'inferno si scatenò dal cielo in migliaia di incursioni che colpirono tutta la penisola tra il 1940 e il 1945. Ancora più sbalorditi si rimane quando si scopre che diverse centinaia di questi "radar umani" erano persone prive della vista. L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerea anticipò di pochi mesi lo scoppio ...; [Leggi tutto...]
Si fatica persino ad immaginare, ad ottant'anni di distanza, cosa possano avere vissuto gli uomini della contraerea impegnati nella difesa del territorio italiano quando l'inferno si scatenò dal cielo in migliaia di incursioni che colpirono tutta la penisola tra il 1940 e il 1945. Ancora più sbalorditi si rimane quando si scopre che diverse centinaia di questi "radar umani" erano persone prive della vista. L'impiego dei ciechi nella Milizia contraerea anticipò di pochi mesi lo scoppio del conflitto mondiale e fu sancita dopo un acceso dibattito parlamentare non privo di forti contrapposizioni all'utilizzo di una tale disabilità in guerra. Fu soprattutto la pressione sulle autorità militari da parte del primo presidente dell'Unione Italiana Ciechi a condurre ad una legge che permise ai non vedenti l'arruolamento nell'artiglieria contraerea della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Si partiva dalla convinzione che l'udito fosse particolarmente sviluppato negli individui privi della vista e che questi avrebbero potuto rendersi parte attiva alla difesa nazionale: la legge, la n. 1827/1939 sanciva la possibilità per i non vedenti di arruolarsi nell'artiglieria contraerea della MVSN in qualità di operatori aerofonisti. L'entusiasmo tra i ciechi italiani si concretizzò in circa 2.500 domande di ammissione in una specialità di artiglieria che fu percepita come completa integrazione, infatti, il vestire la divisa grigioverde significò per i privi della vista essere accettati come elementi pienamente attivi nella difesa del territorio italiano.
Abstract/Sommario: Continua la serie di articoli sulle tradizioni ludiche e sui giochi antichi che hanno caratterizzato l'infanzia da centinaia di anni. Il percorso intrapreso per ricordare e far riemergere il nutrito bagaglio degli antichi giochi, che hanno adornato le giovani generazioni dei tempi lontani, ben presente in chi ci ha narrato il proprio documentato emozionante trascorso ludico, si arricchisce in questo capitolo di attività, che per la ricchezza delle sensazioni ci induce a una condivision ...; [Leggi tutto...]
Continua la serie di articoli sulle tradizioni ludiche e sui giochi antichi che hanno caratterizzato l'infanzia da centinaia di anni. Il percorso intrapreso per ricordare e far riemergere il nutrito bagaglio degli antichi giochi, che hanno adornato le giovani generazioni dei tempi lontani, ben presente in chi ci ha narrato il proprio documentato emozionante trascorso ludico, si arricchisce in questo capitolo di attività, che per la ricchezza delle sensazioni ci induce a una condivisione della piacevole memoria: il castello dei noccioli. I giochi dei nonni prendevano spunto, molto spesso, dagli oggetti reperibili nell'ambiente circostante. Nella stagione delle albicocche e delle pesche erano questi frutti a offrire il materiale necessario e così si poteva giocare con frequenza al gioco "di osci" (degli ossi) o "de osse" (delle ossa). Si trattava di un gioco di abilità, con l'uso dei noccioli delle pesche e delle albicocche. Il gioco de osse era praticato dai genovesi adulti (forse sottoforma d'azzardo) già nel secolo XVI. Nei tempi più recenti i bambini hanno scoperto le biglie: il gioco delle biglie in buca (o gaicio), delle biglie nel triangolo, delle biglie al palmo (boccette a parmetto) e di tutti gli altri giochi legati all'uso delle ambite sferette. Si potrebbe pensare che molte di quelle palline siano ancora sparse nei cassetti, luccicanti e ben levigate, pronte per essere usate in nuove imminenti partite da tanti giocatori del passato.